Sei controlli, una sola lezione: dove la sicurezza professionale manca, la vita pubblica si fa pericolosa

Segreteria addetti ai servizi di controllo

Dall’Agrigentino all’Umbria, sei interventi delle forze dell’ordine raccontano in poche settimane lo stesso fenomeno: locali abusivi, vie di fuga chiuse a chiave, addetti ai controlli senza titolo, società di vigilanza senza licenza. Una mappa che AISS commenta nel merito.

Ci sono settimane in cui le cronache locali, lette in fila, finiscono per disegnare un quadro nazionale più nitido di qualunque rapporto ministeriale. Le sei vicende che si sono accavallate fra metà febbraio e i primi di maggio, da Agrigento a Perugia passando per Ferrara, Crotone, Albenga e Salsomaggiore, sono di questa pasta. Episodi diversi per geografia e dinamica, eppure tutti riconducibili a un’unica frattura, quella che riguarda il presidio reale della sicurezza nei luoghi aperti al pubblico e, soprattutto, la qualità professionale di chi quel presidio è chiamato a esercitare.

Si comincia da Ferrara, l’11 febbraio, in un fabbricato di via Canapa preso in affitto e camuffato sui social come festa di compleanno. All’interno c’erano 450 persone, molte minorenni, biglietto d’ingresso fra venti e trenta euro, deejay e area bevande. La Guardia di Finanza, allertata dal tam-tam digitale che muoveva ragazzi anche da fuori provincia, è arrivata con i Vigili del Fuoco e ha fatto la cosa più ovvia e più necessaria: interrompere la serata. La motivazione è scritta in modo asciutto nell’atto, e merita di essere ripetuta perché racchiude il problema di cui ci occupiamo. Oltre all’assenza dei titoli abilitativi, mancavano anche i requisiti minimi per garantire la sicurezza di un locale. Quattrocentocinquanta persone, quasi metà sotto i diciotto anni, dentro un capannone a uso negozio. Basta chiudere gli occhi un secondo per capire cosa significhi, in caso di incidente, la voce “requisiti minimi”.

Ad Albenga, due mesi dopo, lo scenario si ripete con una variante che è quasi un manuale. Il bar-ristorante del centro storico funzionava come sala da ballo ogni venerdì e diversi sabati sera, con tanto di DJ e pubblicizzazione regolare. L’attività era qualificabile come autonoma e non complementare alla somministrazione di alimenti e bevande, ed era svolta in assenza della specifica SCIA o titolo autorizzativo richiesto dall’articolo 69 del Tulps. Fin qui, abusivismo amministrativo standard. Poi però arriva il dettaglio che congela il sangue. L’unica uscita di sicurezza del locale risultava chiusa a chiave, occultata da una pesante tenda ed ostruita dalla presenza di un tavolo e relative sedie. Inoltre, l’eventuale apertura della stessa porta sarebbe stata impedita, dalla presenza di un cantiere edile improvvidamente collocato all’esterno. Settanta persone dentro, un centinaio fuori, una sola via di fuga inservibile su tre piani di ostacoli. Il questore di Savona ha disposto dieci giorni di sospensione e nelle ricostruzioni si è letto, non a caso, il riferimento a Crans-Montana. È una catena che AISS ha già denunciato in più sedi: ogni tragedia che riapre il dibattito viene seguita da una stagione di controlli più severi, e ogni stagione di controlli più severi disvela una quantità impressionante di sotto-economia del pubblico spettacolo che opera a normativa rovesciata.

Il caso di Crotone, datato 23 aprile, è quello che tocca più da vicino il nostro comparto. Anche qui un ristorante diventava di fatto discoteca, con postazione DJ, occupazione abusiva della piazza antistante, capienza ignorata. All’esito del controllo, sono state elevate diverse sanzioni amministrative per un totale di oltre 19.000 euro, inoltre sono stati sottoposti a sequestro anche 13 kg circa di prodotti ittici e carnei privi di tracciabilità, nonché materiale utilizzato per la gestione degli accessi (bracciali, biglietti e registri). E poi il passaggio che riguarda il nostro mestiere. Il controllo amministrativo ha consentito di constatare, inoltre, l’impiego di sei addetti ai servizi di sicurezza, non iscritti negli elenchi prefettizi, a carico dei quali sono state elevate le relative sanzioni previste dalla normativa vigente. Sei persone, in un locale sovraffollato, con il compito formale di gestire gli accessi e di intervenire in caso di emergenza, prive del titolo che la legge italiana richiede per fare quel mestiere. Non un cavillo burocratico, un perno di tutela: l’iscrizione agli elenchi prefettizi presuppone l’art. 3 del DM 6 ottobre 2009, ossia la verifica di requisiti soggettivi, formazione, idoneità. Quando salta quel perno, tutto il resto della filiera della safety vacilla.

Si sale di un gradino il 5 maggio in Umbria. La divisione di polizia amministrativa della questura di Perugia, in raccordo con la Procura, chiude un’indagine partita nell’agosto 2025 nei confronti di una società con sede legale nel Perugino e operativa anche a Napoli. La società, in occasione di eventi e manifestazioni organizzate anche fuori dal territorio provinciale, avrebbe offerto e svolto servizi di vigilanza e controllo senza essere titolare della licenza prefettizia, impiegando come addetti ai servizi di controllo operatori privi dell’iscrizione all’albo. Per ottenere certificati attestanti il possesso di qualità e competenze professionali, sarebbe stata falsamente certificata la partecipazione del personale a corsi di formazione tramite false sottoscrizioni nei verbali di presenza. Dieci denunciati, quarantacinque illeciti, settantacinquemila euro di sanzioni e, in coda, una circostanza che vale la pena ricordare per intero. Il personale della divisione amministrativa della questura di Perugia ha inoltre accertato che un operatore, licenziato per giusta causa, al contrario avrebbe continuato a lavorare percependo anche l’indennità Inps. Il procuratore facente funzione Iannarone segnala che si tratta di attività analoga a un’altra inchiesta avviata in febbraio, con sequestro di tesserini prefettizi falsi. È il ritratto di una zona grigia che AISS chiede da anni di prosciugare con interventi normativi mirati e con un sistema di tracciabilità della formazione che renda materialmente impossibile la circolazione di attestati di cartone.

Restano i due episodi che sembrano periferici e invece chiudono il cerchio. Ad Agrigento, fra il 30 marzo e il 12 aprile, l’Ispettorato del Lavoro ha colpito cinque esercizi fra panifici, pasticcerie, bar e cantieri, con 41.060,39 euro di ammende e quattro lavoratori in nero. L’ispezione su 5 bar ha confermato la tendenza all’uso irregolare di impianti di videosorveglianza e la frequente assenza di formazione e dei servizi di prevenzione e protezione. A Salsomaggiore, il 27 aprile, i Carabinieri della Compagnia in collaborazione con il NIL di Parma hanno riscontrato in due locali la stessa tipologia di problemi. Mancata segnalazione di pericolo d’inciampo con rischio di caduta, mancata installazione della cassetta di primo soccorso e installazione abusiva di impianto audiovisivo per il controllo dei dipendenti. Multe per oltre 4mila euro in un caso, mancanza di documento di valutazione dei rischi e videosorveglianza abusiva nell’altro, con ulteriori 2.600 euro. Sono i due episodi che mostrano un altro fronte di abusivismo, quello della delega tecnologica selvaggia: telecamere installate senza l’accordo sindacale né l’autorizzazione dell’Ispettorato richiesti dall’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori, usate come surrogato del controllo professionale. La videosorveglianza abusiva è il rovescio della medaglia degli addetti senza titolo, due modi diversi di risparmiare sulla sicurezza facendo pagare il conto a dipendenti e clienti.

Quello che AISS rileva, lette insieme queste sei cronache, è la straordinaria coerenza del fenomeno. Sotto si muove sempre la stessa logica, la trasformazione di un esercizio commerciale in qualcosa di diverso da quello per cui è stato autorizzato, con personale, attrezzature e procedure non adeguate al nuovo carico di rischio. Sopra si muove la stessa lacuna di filiera, ossia la facilità con cui ancora oggi è possibile presentarsi come operatore della sicurezza senza esserlo, oppure proporre servizi di vigilanza senza la licenza che la legge pretende. Le forze dell’ordine, e va detto con chiarezza, stanno facendo un lavoro di grande qualità, accelerato dopo Crans-Montana e disciplinato dalle circolari ministeriali sull’event security su cui AISS ha già fornito al Viminale il proprio contributo tecnico. Ma i controlli, per quanto sistematici, intervengono a valle. A monte serve un intervento di sistema, su tre direttrici.

La prima è culturale prima ancora che normativa, e riguarda i titolari dei locali. Chi gestisce un esercizio aperto al pubblico non dovrebbe più potersi organizzare la propria sicurezza in casa, mettendo alla porta cugini, conoscenti o personale di sala con la pettorina, perché le cronache di Crotone e di Albenga raccontano cosa accade quando questa improvvisazione si scontra con il sovraffollamento e con le emergenze. La sicurezza nei luoghi di pubblico spettacolo va affidata unicamente a istituti di vigilanza in possesso della licenza prefettizia prevista dall’articolo 134 del TULPS, oppure ad agenzie autorizzate per i servizi di controllo ex DM 6 ottobre 2009, perché soltanto questi soggetti garantiscono operatori formati, tracciati, assicurati e inseriti in un perimetro di responsabilità che lo Stato può verificare. Tutto il resto è fai-da-te, e il fai-da-te in materia di safety produce, prima o poi, i titoli che leggiamo sui giornali.

La seconda direttrice è la più semplice, perché basterebbe poco e nel 2026 sarebbe doveroso. Servono tesserini di riconoscimento digitali e tracciabili, leggibili in mobilità dalle forze dell’ordine e dagli stessi committenti tramite codice univoco, in modo che ogni operatore possa essere identificato in tempo reale e ogni iscrizione possa essere verificata sul registro prefettizio. Il caso umbro mostra fin troppo bene cosa significhi continuare ad affidarsi a tesserini di cartoncino plastificato, replicabili in mezz’ora con qualunque stampante, e ad attestati di formazione che circolano come banconote false. Una tecnologia di autenticazione che esiste da anni in mille altri ambiti, dalla sanità al trasporto pubblico, deve diventare lo standard anche del nostro comparto.

La terza riguarda la responsabilità solidale del committente, perché finché il rischio resta tutto in capo all’esecutore, troppi organizzatori continueranno a scegliere il fornitore più economico senza guardare la licenza. Estendere al committente la responsabilità per l’impiego di personale non in regola, sul modello già collaudato in altri settori, sposterebbe finalmente l’incentivo nella direzione giusta, premiando chi si rivolge alla filiera legale e rendendo materialmente sconveniente la scorciatoia.

Sei episodi in tre mesi. Sei occasioni mancate, nessuna delle quali si è risolta in tragedia. È un margine fortunato, non un margine strutturale. AISS continua a chiederlo con la franchezza di chi rappresenta un comparto regolare che paga il prezzo più alto dell’abusivismo altrui: la sicurezza sussidiaria, quando è fatta bene, è quella cosa che si nota soltanto la sera in cui non succede nulla.