Sicurezza negli eventi: non si improvvisa, si progetta dagli attestati alla congruità operativa: perché la sicurezza va dimensionata sulla struttura e non basta un operatore “tuttofare”

Segreteria News

L’Italia ha una memoria corta, ma certe date restano. Il 3 giugno 2017, in Piazza San Carlo a Torino, il panico scatenato da uno spray al peperoncino durante la finale di Champions League provocò oltre 1.500 feriti e due morti. L’8 dicembre 2018, alla discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo, nelle Marche, lo stesso meccanismo, uno spray, il panico, la fuga, causò sei vittime e oltre cento feriti, in gran parte giovanissimi accorsi per un concerto.

Due tragedie diverse per contesto, identiche nella dinamica. E identiche nel verdetto: i piani c’erano, i numeri sulla carta tornavano, le autorizzazioni pure. Eppure il sistema non ha retto.

A queste vicende italiane si aggiunge un caso che ci riguarda da vicino come comparto e come paese: l’incendio della discoteca Crans-Montana, in Svizzera, 40 morti e 116 feriti, dove perse la vita anche Stefan Ivanović, addetto alla sicurezza che rimase al suo posto per far uscire il pubblico invece di mettersi in salvo. Un gesto eroico che racconta, meglio di qualsiasi norma, cosa significa davvero fare sicurezza: non un attestato, non un badge, ma una responsabilità che si assume fino alle estreme conseguenze.

È da questi ricordi, alcuni celebrati, altri colpevolmente rimossi, che dobbiamo partire per affrontare un problema che oggi riguarda ogni evento pubblico in Italia: la differenza tra essere “a norma” e essere davvero sicuri.

«Quello che è successo a Torino e a Corinaldo non sono stati casi isolati o sfortunati», afferma Franco Cecconi, Presidente di AISS – Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria. «Sono stati i sintomi di un problema sistemico che attraversa tutto il Paese: la tendenza a considerare la sicurezza come un adempimento burocratico invece che come una funzione operativa. Come associazione che rappresenta le imprese serie del settore, sentiamo la responsabilità di dire le cose come stanno: finché continueremo a ragionare per attestati e numeri minimi, senza guardare alla realtà degli spazi e degli scenari, continueremo a esporre il pubblico a rischi evitabili. Stefan Ivanović ci ha mostrato cosa significa mettere la sicurezza degli altri davanti alla propria. Noi, nel nostro piccolo, dobbiamo almeno avere il coraggio di dire la verità».

Da Milano a Palermo, da Torino a Bari, chi organizza eventi si sente rivolgere sempre più spesso la stessa richiesta: «Mi serve un operatore che faccia sicurezza, antincendio e primo soccorso. Deve avere tutti e tre gli attestati».

La logica è comprensibile: budget stretti, responsabilità pesanti, necessità di “essere coperti”. Ma sul piano operativo questa impostazione crea un problema evidente.

«Il problema non è la formazione, che va difesa e valorizzata», spiega Fabio Marsili, Responsabile nazionale grandi eventi di AISS. «Il problema è confondere le competenze certificate con la capacità operativa. Un operatore può avere tre attestati, cinque, dieci, ma resta una persona sola. Non può presidiare quattro varchi contemporaneamente, non può gestire un malore mentre controlla un flusso in uscita, non può essere ovunque. Quando chiediamo l’operatore-tuttofare, stiamo costruendo un castello di carta».

Un attestato certifica che una persona ha acquisito determinate competenze. Non moltiplica le sue braccia, non gli permette di trovarsi in due posti contemporaneamente, non lo trasforma in un supereroe. In un evento reale, che sia un concerto al Forum di Assago, una partita allo Stadio Olimpico, il Festival di Sanremo o una sagra di paese, esistono funzioni diverse che devono essere svolte nello stesso momento: presidio dei varchi, gestione dei flussi, assistenza all’esodo, attivazione delle procedure antincendio, primo soccorso, coordinamento con i sanitari.

Pretendere che la stessa persona faccia tutto significa progettare la sicurezza sullo scenario ideale, quello in cui non succede nulla. Ma i piani di emergenza esistono proprio perché le cose possono andare storte, e spesso vanno storte tutte insieme. A Corinaldo, quella notte, andarono storte tutte insieme.

Chi gestisce un evento tende a ragionare per checklist: ho gli attestati, rispetto i numeri minimi, consegno la documentazione, quindi sono conforme. È un’impostazione comprensibile, ma è esattamente qui che serve un cambio di mentalità.

La sicurezza di un evento non è la somma dei requisiti formali. È il risultato dell’interazione tra persone, ruoli, spazi e scenari che evolvono nel tempo. Un attestato non presidia un varco, non gestisce un flusso di persone in panico, non interviene su due emergenze contemporanee.

«C’è un equivoco culturale che dobbiamo affrontare con chiarezza», osserva Claudio Verzola, Vicepresidente di AISS. «Nel nostro settore vediamo troppo spesso committenti che cercano il prezzo più basso e il minor numero di operatori possibile, convinti che tanto “non succede mai niente”. E vediamo Commissioni di Vigilanza costrette a valutare pile di documenti senza avere sempre gli strumenti per verificare se quel piano, sulla carta perfetto, reggerà alla prova dei fatti. Non è colpa di nessuno in particolare: è un sistema che va ripensato. Piazza San Carlo e Corinaldo ce lo hanno insegnato nel modo più doloroso possibile».

Uno dei numeri più citati nel settore è il famoso rapporto “1 operatore ogni 250 persone”. Per essere seri, bisogna dire chiaramente da dove nasce.

L’origine è il sistema degli steward negli impianti sportivi, regolamentato dal Decreto del Ministero dell’Interno dell’8 agosto 2007. In quel contesto, stadi con organizzazione standardizzata, ruoli definiti, regia tecnica, il rapporto 1/250 (o anche 1/150 in certi casi) ha senso.

Questo parametro è stato poi ripreso nelle linee guida allegate alla Direttiva del 18 luglio 2018 (la cosiddetta “Direttiva Piantedosi”), dove si indica che il numero di operatori di sicurezza “non dovrà essere inferiore ad una unità ogni 250 persone presenti”.

Il punto cruciale è che si tratta di un parametro minimo, non di un automatismo. La stessa Direttiva introduce un principio fondamentale: l’approccio flessibile, con misure calibrate sulle vulnerabilità reali dell’evento, luogo, tipologia di pubblico, criticità specifiche.

«Quel “1 ogni 250” viene usato come se fosse una formula magica», sottolinea Marsili. «Ma nasce in un contesto preciso, gli stadi, dove esiste un’infrastruttura organizzativa consolidata. Applicarlo meccanicamente a qualsiasi evento, senza considerare la conformazione degli spazi, i punti critici, le vie di fuga, significa fraintendere completamente lo spirito della norma. La Direttiva del 2018 parla di approccio flessibile e di valutazione delle vulnerabilità: è esattamente il contrario di un automatismo numerico. A Corinaldo quella notte c’erano circa mille ragazzi in un locale con evidenti criticità strutturali. Quanti operatori servivano davvero? E dove dovevano essere posizionati? Sono domande che non si risolvono con una divisione aritmetica».

Immaginiamo una location qualsiasi, può essere a Roma, a Napoli, a Bologna o in un qualunque comune italiano, che ospita al massimo 250 persone ma presenta quattro varchi distinti da presidiare: ingressi, uscite, corridoi critici, porte di emergenza.

Chi ragiona solo per numeri direbbe: «Sono 250 persone, basta un operatore». Ma la domanda operativa è un’altra: e gli altri tre varchi chi li controlla?

I varchi non sono un dettaglio burocratico. Sono i punti dove nasce la criticità, dove si blocca o si salva un deflusso, dove serve presenza fisica e capacità di gestione. Se i varchi da presidiare sono quattro, i presidi devono essere quattro. Non può essere uno solo “perché la capienza è 250”.

La sicurezza non è una media: è una geometria.

È corretto che le Commissioni di Vigilanza chiedano personale formato. Ma la sicurezza non può fermarsi alla verifica documentale.

Un addetto antincendio formato deve riconoscere un rischio, attivare procedure, supportare l’evacuazione, intervenire dove possibile e in sicurezza. Ma l’intervento non è “automatico” solo perché l’attestato esiste: serve un assetto coerente con presidi, posizionamento, procedure, coordinamento e dotazioni adeguate.

Per le manifestazioni con alta affluenza, pensiamo ai grandi concerti negli stadi, ai festival estivi, agli eventi nelle piazze storiche, esistono riferimenti specifici che richiamano la necessità di un presidio strutturato di vigilanza antincendio dei Vigili del Fuoco. In certi contesti, l’antincendio non è “un attestato”: è un presidio dedicato.

Lo stesso vale per il primo soccorso. La domanda non è “chi ce l’ha sulla carta”, ma: dove si trova quella persona in questo momento? È libera di intervenire? Può farlo senza lasciare scoperto un varco critico? Esiste un coordinamento con il personale sanitario presente?

Stefan Ivanović, quella notte a Crans-Montana, era dove doveva essere. Ed è rimasto lì fino alla fine, facendo uscire le persone. Un comportamento eroico, certo, ma anche il frutto di una formazione e di una consapevolezza che non si improvvisano.

Le Commissioni di Vigilanza sono un pilastro del sistema autorizzativo. Ma la sicurezza moderna non può essere letta solo come lista di requisiti e attestati.

Per questo motivo riteniamo necessario individuare un profilo professionale che assolva il ruolo di Referente unico per la gestione del dispositivo di sicurezza e il coordinamento dell’emergenza. Una figura analoga al Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione previsto dal D.Lgs. 81/08 o al Security Manager in ambito aziendale.

Questo Referente dovrebbe essere l’interfaccia tecnica unica durante la Commissione di Vigilanza, presentare il dispositivo di sicurezza progettato per l’evento, dialogare con gli Organi di Vigilanza e le Forze dell’Ordine coinvolte.

«Non stiamo chiedendo più burocrazia, stiamo chiedendo più competenza nei tavoli che contano», precisa Verzola. «Oggi in Commissione di Vigilanza si presentano documenti, planimetrie, elenchi di attestati. Ma spesso manca una figura che possa rispondere nel merito delle scelte operative: perché quel presidio è posizionato lì, come si coordina con gli altri, cosa succede se si verifica un’emergenza multipla. Serve qualcuno che conosca il dispositivo perché lo ha progettato, non perché lo ha letto su un foglio».

Non per aumentare la burocrazia, ma per rendere le prescrizioni più aderenti alla realtà e aumentare l’efficacia complessiva del sistema. Perché con l’approccio attuale spesso va tutto bene finché non succede nulla, e così si mantengono in piedi eventi formalmente corretti ma operativamente fragili.

«Come associazione ci rendiamo disponibili a un confronto serio con il Governo e con le istituzioni a tutti i livelli», dichiara Marsili. «Non per difendere interessi di parte, ma perché chi lavora sul campo ogni giorno vede le criticità che sfuggono a chi guarda solo i documenti. L’abusivismo, il dumping, la corsa al ribasso sui prezzi: sono problemi che non si risolvono con più carte bollate, ma con standard chiari e controlli veri. Siamo pronti a sederci a un tavolo tecnico, a mettere a disposizione la nostra esperienza e a lavorare insieme per un sistema che funzioni davvero».

«L’Italia è un Paese che vive di eventi», aggiunge Verzola. «Dai grandi festival ai concerti negli stadi, dalle fiere internazionali alle sagre di paese, dalle manifestazioni sportive agli eventi istituzionali. È un patrimonio economico e culturale che va tutelato, e la sicurezza è parte integrante di questa tutela. Non possiamo permetterci di aspettare il prossimo incidente per cambiare approccio. Dopo Piazza San Carlo abbiamo detto “mai più”. Dopo Corinaldo abbiamo detto “mai più”. Quante volte ancora dovremo dirlo?»

Il Presidente Cecconi inquadra la questione nella sua dimensione più ampia: «La sicurezza sussidiaria in Italia sconta un problema di riconoscimento. Siamo un comparto che impiega decine di migliaia di persone, che opera in contesti delicatissimi, dagli eventi di massa alla protezione aziendale, eppure veniamo spesso trattati come un settore marginale, da comprimere sui costi. Questo approccio danneggia tutti: le imprese serie che investono in formazione e qualità, i lavoratori che meritano condizioni dignitose, e soprattutto i cittadini che hanno diritto a una sicurezza vera, non di facciata. Chiediamo al Governo di aprire un dialogo strutturato. Non vogliamo privilegi: vogliamo regole chiare, applicate a tutti, che premino chi lavora bene e isolino chi opera nell’illegalità o al ribasso. È nell’interesse del Paese. E lo dobbiamo anche alla memoria di chi, come Stefan Ivanović, ha dato la vita facendo il proprio lavoro fino in fondo».

La sicurezza non è una formalità e non è una spesa fine a sé stessa. È una garanzia collettiva che tutela il pubblico, i lavoratori, gli organizzatori, le istituzioni e l’evento stesso.

Ma per funzionare deve essere progettata come un sistema: ruoli distinti, presidi reali, posizionamenti corretti, coordinamento efficace, procedure che possano essere attivate davvero.

L’Italia lo sa, o dovrebbe saperlo. Da Torino a Corinaldo, da Nord a Sud, abbiamo pagato prezzi altissimi per imparare che la sicurezza sulla carta non basta. Ora tocca a tutti, organizzatori, istituzioni, operatori del settore, fare in modo che quelle lezioni non vadano sprecate.

Perché la sicurezza non si improvvisa. Si progetta.

E non serve un supereroe. Serve un modello che funzioni.