Oltre tremila operatori in 147 città italiane hanno reso omaggio a Stefan Ivanović. Ma alcuni gestori hanno rifiutato di ospitare l’iniziativa davanti ai propri locali. Un segnale che dice molto sullo stato del settore.
Roma, 16 gennaio 2026 – Le candele si sono spente, i cartelli sono stati ripiegati, gli operatori sono tornati ai loro turni. Ma quello che è accaduto sabato 10 gennaio davanti ai locali notturni di mezza Italia non può essere archiviato come un semplice momento commemorativo.
Il flashmob #IoSonoStefan, promosso da AISS per ricordare Stefan Ivanović e le quaranta vittime di Crans-Montana, ha superato ogni previsione in termini di partecipazione. Ha però anche fatto emergere fratture profonde tra chi lavora nella sicurezza e chi quella sicurezza dovrebbe garantirla nei propri locali.
Quando abbiamo lanciato l’iniziativa il 6 gennaio, a pochi giorni dalla tragedia, non sapevamo cosa aspettarci. La risposta è stata travolgente: oltre tremila operatori della sicurezza hanno partecipato in 147 città italiane, anche piccoli centri hanno visto i loro addetti ai servizi di controllo scendere in strada con la candela bianca e il cartello.
Non era scontato. Parliamo di lavoratori che il sabato sera sono normalmente impegnati nei turni, che raramente hanno occasione di ritrovarsi come categoria. Eppure hanno chiesto permessi, si sono organizzati autonomamente, hanno coinvolto colleghi e familiari.
I social hanno fatto il resto. Video e foto da tutta Italia, ma anche dalla Svizzera. Operatori della sicurezza che hanno voluto dire: quello che ha fatto Stefan è quello che faremmo noi, quello che ci hanno insegnato a fare, quello per cui non ci riconosce nessuno.
Ma accanto all’onda di partecipazione, c’è stata un’altra storia. Meno visibile, più amara.
In diverse città, i gestori di locali hanno rifiutato di ospitare il flashmob davanti ai propri ingressi. Le motivazioni addotte sono state varie: “non vogliamo associare il nostro nome a una tragedia”, “potrebbe spaventare i clienti”, “sabato sera non è il momento giusto”, “non abbiamo ricevuto comunicazioni ufficiali”.
Sono stati casi minoritari, va detto. La maggior parte dei locali ha accolto l’iniziativa con rispetto, alcuni con partecipazione genuina. Ma quei rifiuti dicono qualcosa di importante su come una parte del settore percepisce ancora la figura dell’addetto alla sicurezza: un costo da minimizzare, una presenza da rendere invisibile, un problema da gestire piuttosto che una risorsa da valorizzare.
Stefan Ivanović quella sera era solo. Un locale che poteva contenere trecento persone, un seminterrato stipato di adolescenti, e un unico addetto alla sicurezza all’ingresso. Nessun collega con cui coordinarsi, nessun supporto in caso di emergenza.
È una situazione che chi lavora nel settore conosce fin troppo bene. La pressione sui costi porta molti gestori a ridurre il personale di sicurezza al minimo indispensabile, quando non al di sotto. Un addetto dove ne servirebbero tre. Turni di dodici ore pagati come se fossero otto. Formazione ridotta all’osso, quando c’è.
Il decreto del 2009 che ha istituito la figura dell’Addetto ai Servizi di Controllo prevedeva percorsi formativi obbligatori, requisiti professionali, un inquadramento chiaro. Sedici anni dopo, quella cornice normativa mostra tutte le sue crepe. I corsi di formazione sono rimasti sostanzialmente identici, mentre le minacce sono cambiate. Il coordinamento con le altre figure della sicurezza – dagli addetti antincendio alle forze dell’ordine – è lasciato all’improvvisazione. La vigilanza sul rispetto delle norme è sporadica e frammentata.
Le testimonianze raccolte dopo la tragedia descrivono un professionista, non un improvvisato. Stefan conosceva il locale, sapeva dove erano le uscite, aveva chiaro il proprio ruolo. Quando l’incendio è divampato, non ha esitato. È entrato, ha tirato fuori dei ragazzi, è tornato dentro.
Nessun manuale gli imponeva di farlo. Il suo contratto non prevedeva che rischiasse la vita. Ma Stefan aveva interiorizzato qualcosa che va oltre la mansione: la responsabilità verso le persone che si trovano sotto la propria tutela.
Questo è esattamente ciò che la formazione degli addetti ai servizi di controllo dovrebbe costruire. Non solo tecniche di controllo accessi o gestione dei conflitti, ma consapevolezza del proprio ruolo nella catena della sicurezza. Capacità di leggere le situazioni, di coordinarsi con gli altri attori, di prendere decisioni in pochi secondi quando tutto precipita.
E invece ci ritroviamo con programmi formativi pensati per un mondo che non esiste più, con aggiornamenti facoltativi, con una professionalità che il mercato non riconosce e non remunera.
La circolare dei Vigili del Fuoco pubblicata ieri sulla distinzione tra bar e locali di pubblico spettacolo è un passo avanti. Chiarisce responsabilità, uniforma interpretazioni, orienta i controlli. Ma continua a non parlare di chi, ogni notte, sta all’ingresso e in sala.
Il sistema normativo italiano sulla sicurezza nei luoghi di intrattenimento è un mosaico di interventi stratificati nel tempo, spesso scritti sull’onda dell’emergenza. Il TULPS risale al 1931. Il decreto sugli addetti ai servizi di controllo è del 2009. Le norme antincendio si sono sovrapposte in decenni di aggiornamenti. La sicurezza sul lavoro segue binari paralleli che raramente si incrociano con quelli della pubblica sicurezza.
Il risultato è che nessuno ha una visione d’insieme. I gestori si destreggiano tra adempimenti che non dialogano tra loro. Gli operatori della sicurezza non sanno bene a chi rispondere. I controlli sono frammentati tra autorità che non si coordinano.
Serve un testo unico. Serve un tavolo permanente che metta insieme Ministero dell’Interno, Vigili del Fuoco, associazioni dei gestori e rappresentanze delle agenzie autorizzate ai sensi dell’art. 134 TULPS. Serve il coraggio di ripensare la figura dell’addetto ai servizi di controllo per quello che è diventata: non più il “buttafuori” degli anni Novanta, ma un professionista della sicurezza che deve saper gestire emergenze, riconoscere minacce, coordinare evacuazioni, interagire con le forze dell’ordine.
Il flashmob di sabato scorso ha acceso una luce su una categoria che lavora nell’ombra. Ha mostrato che esiste un senso di appartenenza professionale che attraversa l’Italia, che gli operatori della sicurezza si riconoscono in quello che Stefan ha fatto, che vorrebbero poterlo fare con strumenti adeguati e riconoscimenti appropriati.
Quelle candele si sono spente. Ma la domanda che hanno posto resta accesa: quanto vale la sicurezza delle persone nei luoghi di divertimento? Quanto siamo disposti a investire – come istituzioni, come gestori, come società – per evitare che la prossima emergenza trovi impreparati?
Stefan Ivanović ha risposto a modo suo, con la scelta più radicale. Adesso tocca a noi rispondere con le norme, i controlli, la formazione, la dignità professionale che quella scelta meritava di avere alle spalle.
I gestori che hanno chiuso le porte al flashmob forse temevano di associare il proprio locale a una tragedia. Non hanno capito che quella tragedia li riguarda direttamente. E che la prossima volta l’uomo all’ingresso potrebbe non esserci, o potrebbe non sapere cosa fare, o potrebbe semplicemente decidere che non vale la pena rischiare la vita per chi lo considera solo un costo.
dott. Franco Cecconi
presidente Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria.