Quando il divertimento diventa rischio: l’appello del presidente AISS Franco Cecconi alle istituzioni
di Franco Cecconi, Presidente dell’Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria
C’è una bomba a orologeria che ticchetta ogni fine settimana nelle nostre città. Non si tratta di terrorismo, né di criminalità organizzata nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più subdolo, più diffuso, più pericolosamente sottovalutato: l’assenza di una cultura della sicurezza nei luoghi del divertimento italiano.
Parlo da presidente di un’associazione che da quindici anni si batte per la professionalizzazione del settore, che ha firmato il primo CCNL specifico per gli operatori della sicurezza sussidiaria, che ha contribuito alla redazione delle norme UNI 11925 e 11926. Parlo, soprattutto, da chi ogni giorno raccoglie le testimonianze di professionisti sviliti, di gestori lasciati soli, di istituzioni che troppo spesso intervengono solo quando la tragedia è già avvenuta.
di Franco Cecconi, Presidente dell’Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria
C’è una bomba a orologeria che ticchetta ogni fine settimana nelle nostre città. Non si tratta di terrorismo, né di criminalità organizzata nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più subdolo, più diffuso, più pericolosamente sottovalutato: l’assenza di una cultura della sicurezza nei luoghi del divertimento italiano.
Parlo da presidente di un’associazione che da quindici anni si batte per la professionalizzazione del settore, che ha firmato il primo CCNL specifico per gli operatori della sicurezza sussidiaria, che ha contribuito alla redazione delle norme UNI 11925 e 11926. Parlo, soprattutto, da chi ogni giorno raccoglie le testimonianze di professionisti sviliti, di gestori lasciati soli, di istituzioni che troppo spesso intervengono solo quando la tragedia è già avvenuta.
La metamorfosi silenziosa dei luoghi di divertimento
L’Italia ha assistito negli ultimi vent’anni a una trasformazione radicale del concetto stesso di “locale notturno”. Le discoteche tradizionali, con le loro licenze specifiche e i loro obblighi normativi, rappresentano ormai una minoranza del panorama del divertimento. La vera rivoluzione è avvenuta altrove: nei bar che dopo le 23 spostano i tavoli per creare una pista da ballo improvvisata, nei ristoranti che il venerdì sera si trasformano in locali con DJ set, nelle piazze della movida dove migliaia di giovani si assembrano senza alcun presidio organizzato.
Questa metamorfosi non è di per sé negativa. È l’evoluzione naturale di una società che cerca nuove forme di aggregazione e svago. Il problema è che la normativa è rimasta ferma, ancorata a categorie che non esistono più, mentre il mercato si è adattato alle nuove richieste con l’unico criterio del profitto immediato.
Il risultato? Un Far West normativo dove chiunque può improvvisarsi gestore di un evento con centinaia di persone, dove la figura dell’addetto ai servizi di controllo viene sostituita da personale non formato o peggio, da pseudo-volontari che operano in totale spregio della legge.
L’Italia ha assistito negli ultimi vent’anni a una trasformazione radicale del concetto stesso di “locale notturno”. Le discoteche tradizionali, con le loro licenze specifiche e i loro obblighi normativi, rappresentano ormai una minoranza del panorama del divertimento. La vera rivoluzione è avvenuta altrove: nei bar che dopo le 23 spostano i tavoli per creare una pista da ballo improvvisata, nei ristoranti che il venerdì sera si trasformano in locali con DJ set, nelle piazze della movida dove migliaia di giovani si assembrano senza alcun presidio organizzato.
Questa metamorfosi non è di per sé negativa. È l’evoluzione naturale di una società che cerca nuove forme di aggregazione e svago. Il problema è che la normativa è rimasta ferma, ancorata a categorie che non esistono più, mentre il mercato si è adattato alle nuove richieste con l’unico criterio del profitto immediato.
Il risultato? Un Far West normativo dove chiunque può improvvisarsi gestore di un evento con centinaia di persone, dove la figura dell’addetto ai servizi di controllo viene sostituita da personale non formato o peggio, da pseudo-volontari che operano in totale spregio della legge.
I numeri di un’emergenza ignorata
Le statistiche parlano chiaro, per chi vuole ascoltarle. Il 30% del settore della sicurezza privata opera nell’irregolarità, percentuale che al Sud raggiunge il drammatico 80%. Sono oltre 300.000 gli operatori coinvolti in un comparto che subisce perdite economiche stimate tra il 50 e il 70% a causa della concorrenza sleale.
Ma i numeri più inquietanti sono altri. Sono quelli delle risse che ogni weekend esplodono davanti ai locali. Delle aggressioni a clienti che escono in stato di ebbrezza senza alcun presidio. Degli addetti ai servizi di controllo feriti o uccisi nell’esercizio delle proprie funzioni. Delle evacuazioni mal gestite che possono trasformare una serata in tragedia.
Corinaldo, 8 dicembre 2018: sei morti, tra cui cinque minorenni, nella calca alla Lanterna Azzurra. Piazza San Carlo, Torino, 3 giugno 2017: oltre 1.500 feriti e due morti per il panico generato durante la proiezione della finale di Champions League. Sono tragedie che dovrebbero aver cambiato tutto. E invece nulla è cambiato davvero.
Le statistiche parlano chiaro, per chi vuole ascoltarle. Il 30% del settore della sicurezza privata opera nell’irregolarità, percentuale che al Sud raggiunge il drammatico 80%. Sono oltre 300.000 gli operatori coinvolti in un comparto che subisce perdite economiche stimate tra il 50 e il 70% a causa della concorrenza sleale.
Ma i numeri più inquietanti sono altri. Sono quelli delle risse che ogni weekend esplodono davanti ai locali. Delle aggressioni a clienti che escono in stato di ebbrezza senza alcun presidio. Degli addetti ai servizi di controllo feriti o uccisi nell’esercizio delle proprie funzioni. Delle evacuazioni mal gestite che possono trasformare una serata in tragedia.
Corinaldo, 8 dicembre 2018: sei morti, tra cui cinque minorenni, nella calca alla Lanterna Azzurra. Piazza San Carlo, Torino, 3 giugno 2017: oltre 1.500 feriti e due morti per il panico generato durante la proiezione della finale di Champions League. Sono tragedie che dovrebbero aver cambiato tutto. E invece nulla è cambiato davvero.
Il fenomeno movida: tra socialità e anarchia
La movida rappresenta l’emblema di questa contraddizione italiana. Da un lato è espressione vitale di una società che ha bisogno di spazi di incontro e convivialità. Dall’altro è diventata sinonimo di caos, risse, schiamazzi, degrado urbano.
Il problema non è la movida in sé. Il problema è l’assenza totale di governance. Intere aree urbane vengono lasciate alla gestione spontanea di migliaia di persone, molte delle quali in stato di alterazione alcolica, senza alcun presidio professionale che possa prevenire degenerazioni.
I residenti protestano. I gestori si scaricano le responsabilità. Le amministrazioni oscillano tra permissivismo e provvedimenti repressivi che spostano semplicemente il problema da una zona all’altra. E nel mezzo di tutto questo, gli operatori della sicurezza professionale vengono sistematicamente marginalizzati a favore di soluzioni improvvisate e a basso costo.
La movida rappresenta l’emblema di questa contraddizione italiana. Da un lato è espressione vitale di una società che ha bisogno di spazi di incontro e convivialità. Dall’altro è diventata sinonimo di caos, risse, schiamazzi, degrado urbano.
Il problema non è la movida in sé. Il problema è l’assenza totale di governance. Intere aree urbane vengono lasciate alla gestione spontanea di migliaia di persone, molte delle quali in stato di alterazione alcolica, senza alcun presidio professionale che possa prevenire degenerazioni.
I residenti protestano. I gestori si scaricano le responsabilità. Le amministrazioni oscillano tra permissivismo e provvedimenti repressivi che spostano semplicemente il problema da una zona all’altra. E nel mezzo di tutto questo, gli operatori della sicurezza professionale vengono sistematicamente marginalizzati a favore di soluzioni improvvisate e a basso costo.
L’abusivismo che uccide la professionalità
È questo il cancro che sta divorando il settore. L’abusivismo si manifesta in molteplici forme, tutte ugualmente dannose.
C’è l’abusivismo diretto: personale non iscritto negli elenchi prefettizi, privo della formazione obbligatoria di 90 ore, che viene impiegato come “buttafuori” in barba alla legge. Questo fenomeno è documentato, denunciato, eppure persiste imperterrito.
C’è l’abusivismo mascherato: associazioni di volontariato che, nate per finalità di protezione civile, si sono trasformate in vere e proprie imprese che operano in concorrenza sleale con le aziende regolarmente autorizzate ai sensi dell’articolo 134 del TULPS. Offrono servizi a costi stracciati, ma con quali garanzie? Con quale formazione? Con quali tutele assicurative in caso di incidente?
C’è infine l’abusivismo strutturale: locali che dovrebbero avere personale di sicurezza qualificato e in numero adeguato alla capienza, e che invece si affidano a una o due persone sottoinquadrate, sottopagate, impossibilitate a garantire la sicurezza in caso di emergenza.
Il messaggio che passa è devastante: la sicurezza è un costo da minimizzare, non un investimento sulla vita delle persone.
È questo il cancro che sta divorando il settore. L’abusivismo si manifesta in molteplici forme, tutte ugualmente dannose.
C’è l’abusivismo diretto: personale non iscritto negli elenchi prefettizi, privo della formazione obbligatoria di 90 ore, che viene impiegato come “buttafuori” in barba alla legge. Questo fenomeno è documentato, denunciato, eppure persiste imperterrito.
C’è l’abusivismo mascherato: associazioni di volontariato che, nate per finalità di protezione civile, si sono trasformate in vere e proprie imprese che operano in concorrenza sleale con le aziende regolarmente autorizzate ai sensi dell’articolo 134 del TULPS. Offrono servizi a costi stracciati, ma con quali garanzie? Con quale formazione? Con quali tutele assicurative in caso di incidente?
C’è infine l’abusivismo strutturale: locali che dovrebbero avere personale di sicurezza qualificato e in numero adeguato alla capienza, e che invece si affidano a una o due persone sottoinquadrate, sottopagate, impossibilitate a garantire la sicurezza in caso di emergenza.
Il messaggio che passa è devastante: la sicurezza è un costo da minimizzare, non un investimento sulla vita delle persone.
Le richieste di AISS: un programma per la legalità
Da anni l’Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria porta avanti una battaglia su più fronti. Non chiediamo privilegi corporativi. Chiediamo semplicemente che vengano applicate le regole esistenti e che se ne introducano di nuove, adeguate alla realtà attuale.
Presenza nelle Commissioni di Vigilanza. Chiediamo che un rappresentante qualificato del settore della sicurezza privata sia presente nelle Commissioni che rilasciano le licenze di pubblico spettacolo. Chi meglio di noi può valutare se i numeri di personale previsti per un evento sono adeguati alla tipologia e alla capienza del locale? Oggi queste decisioni vengono prese senza alcuna competenza specifica, con risultati spesso disastrosi.
Riconoscimento come incaricati di pubblico servizio. Gli addetti ai servizi di controllo garantiscono quotidianamente la sicurezza di milioni di persone. Operano in contesti ad alto rischio, intervengono in situazioni di conflitto, collaborano con le Forze dell’Ordine. Eppure non godono delle tutele penali riservate agli incaricati di pubblico servizio. Quando vengono aggrediti, e accade spesso, l’aggressore risponde di semplici lesioni personali. È una lacuna inaccettabile.
Formazione obbligatoria certificata. Il DM 6 ottobre 2009 prevede 90 ore di formazione per gli addetti ai servizi di controllo. Ma questa formazione va aggiornata, integrata con moduli specifici su antincendio, primo soccorso, gestione delle emergenze, tecniche di de-escalation. Un operatore che non sa gestire una evacuazione ordinata è un pericolo, non una risorsa.
Riforma del TULPS. Il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza risale al 1931. Novantaquattro anni fa. È stato concepito in un’epoca in cui le minacce erano completamente diverse, in cui la sicurezza privata non esisteva, in cui il concetto stesso di evento di massa aveva caratteristiche incomparabili a quelle attuali. Continuare ad applicare questa normativa fossile è un esercizio di masochismo legislativo.
Applicazione delle norme UNI negli appalti pubblici. Le norme UNI 11925 e UNI 11926, alla cui redazione AISS ha contribuito attivamente, definiscono requisiti professionali chiari e certificabili per operatori e aziende. Renderle vincolanti negli appalti pubblici significherebbe premiare chi investe in qualità e formazione, marginalizzando definitivamente chi compete solo sul prezzo.
Contrasto alle associazioni di volontariato che operano fuori perimetro. Diciamolo con chiarezza: le associazioni di volontariato hanno un ruolo prezioso nella protezione civile. Ma quando si trasformano in erogatori di servizi di sicurezza a pagamento, violano la loro stessa
ragion d’essere e danneggiano un intero comparto. Servono regole chiare che ne limitino l’ambito di intervento.
Protocolli operativi standardizzati. Abbiamo proposto alle istituzioni il protocollo “Safe Exit” per la gestione delle fasi di chiusura dei locali: zone di deflusso controllate, illuminazione adeguata, punti di primo soccorso attivi fino a 30 minuti dopo la chiusura, collegamenti con servizi taxi e NCC convenzionati. Abbiamo proposto il progetto “Street Tutor” per il presidio delle aree della movida con personale qualificato. Abbiamo proposto tavoli permanenti con Prefetture, Questure e Comuni. Le risposte sono state finora insufficienti.
Da anni l’Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria porta avanti una battaglia su più fronti. Non chiediamo privilegi corporativi. Chiediamo semplicemente che vengano applicate le regole esistenti e che se ne introducano di nuove, adeguate alla realtà attuale.
Presenza nelle Commissioni di Vigilanza. Chiediamo che un rappresentante qualificato del settore della sicurezza privata sia presente nelle Commissioni che rilasciano le licenze di pubblico spettacolo. Chi meglio di noi può valutare se i numeri di personale previsti per un evento sono adeguati alla tipologia e alla capienza del locale? Oggi queste decisioni vengono prese senza alcuna competenza specifica, con risultati spesso disastrosi.
Riconoscimento come incaricati di pubblico servizio. Gli addetti ai servizi di controllo garantiscono quotidianamente la sicurezza di milioni di persone. Operano in contesti ad alto rischio, intervengono in situazioni di conflitto, collaborano con le Forze dell’Ordine. Eppure non godono delle tutele penali riservate agli incaricati di pubblico servizio. Quando vengono aggrediti, e accade spesso, l’aggressore risponde di semplici lesioni personali. È una lacuna inaccettabile.
Formazione obbligatoria certificata. Il DM 6 ottobre 2009 prevede 90 ore di formazione per gli addetti ai servizi di controllo. Ma questa formazione va aggiornata, integrata con moduli specifici su antincendio, primo soccorso, gestione delle emergenze, tecniche di de-escalation. Un operatore che non sa gestire una evacuazione ordinata è un pericolo, non una risorsa.
Riforma del TULPS. Il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza risale al 1931. Novantaquattro anni fa. È stato concepito in un’epoca in cui le minacce erano completamente diverse, in cui la sicurezza privata non esisteva, in cui il concetto stesso di evento di massa aveva caratteristiche incomparabili a quelle attuali. Continuare ad applicare questa normativa fossile è un esercizio di masochismo legislativo.
Applicazione delle norme UNI negli appalti pubblici. Le norme UNI 11925 e UNI 11926, alla cui redazione AISS ha contribuito attivamente, definiscono requisiti professionali chiari e certificabili per operatori e aziende. Renderle vincolanti negli appalti pubblici significherebbe premiare chi investe in qualità e formazione, marginalizzando definitivamente chi compete solo sul prezzo.
Contrasto alle associazioni di volontariato che operano fuori perimetro. Diciamolo con chiarezza: le associazioni di volontariato hanno un ruolo prezioso nella protezione civile. Ma quando si trasformano in erogatori di servizi di sicurezza a pagamento, violano la loro stessa
ragion d’essere e danneggiano un intero comparto. Servono regole chiare che ne limitino l’ambito di intervento.
Protocolli operativi standardizzati. Abbiamo proposto alle istituzioni il protocollo “Safe Exit” per la gestione delle fasi di chiusura dei locali: zone di deflusso controllate, illuminazione adeguata, punti di primo soccorso attivi fino a 30 minuti dopo la chiusura, collegamenti con servizi taxi e NCC convenzionati. Abbiamo proposto il progetto “Street Tutor” per il presidio delle aree della movida con personale qualificato. Abbiamo proposto tavoli permanenti con Prefetture, Questure e Comuni. Le risposte sono state finora insufficienti.
Un mercato sano è possibile
Le nostre richieste non sono utopie. Sono già realtà in molti Paesi europei che hanno capito prima di noi quanto la sicurezza degli eventi sia un asset strategico, non un costo da comprimere.
Il modello svedese STAD, con formazione obbligatoria per tutto il personale dei locali e ispezioni quadruplicate. Il modello inglese Best Bar None, con sistema di rating volontario e audit periodici. Il modello olandese del Night Mayor, con governance integrata della vita notturna che coinvolge gestori, residenti, trasporto pubblico e sicurezza.
Sono modelli che funzionano, che riducono gli incidenti, che migliorano la percezione di sicurezza, che valorizzano i professionisti del settore. Perché in Italia non possiamo fare lo stesso?
La risposta è semplice e amara: perché finora la sicurezza degli eventi è stata trattata come questione di ordine pubblico, delegata interamente alle Forze dell’Ordine, senza alcuna visione sistemica. E quando le Forze dell’Ordine non possono essere ovunque (e non possono, per definizione), il vuoto viene riempito dall’improvvisazione.Scrivo queste parole con la consapevolezza che molti le leggeranno con distrazione, le commenteranno con sufficienza, le archivieranno in attesa della prossima tragedia. È già successo. Succederà ancora.
Ma scrivo anche con la speranza che qualcuno, nelle istituzioni, nei media, nella società civile, colga l’urgenza del momento. La prossima Corinaldo non è una questione di “se”, ma di “quando”. E quando accadrà, non potremo dire che non sapevamo.
AISS continuerà a fare la propria parte. Continueremo a denunciare l’abusivismo, a proporre soluzioni, a formare professionisti, a firmare accordi con chi ci ascolta. Ma da soli non possiamo vincere questa battaglia.
Chiediamo alle istituzioni di sedersi con noi a un tavolo e di lavorare insieme per un sistema in cui la sicurezza degli eventi sia garantita da professionisti qualificati, operanti nel rispetto della legalità, supportati da una normativa chiara e da controlli efficaci.
Chiediamo ai gestori dei locali di investire in sicurezza, di pretendere personale formato, di smettere di vedere i nostri operatori come un male necessario da minimizzare.
Chiediamo ai cittadini di pretendere sicurezza quando escono per divertirsi, di segnalare le situazioni a rischio, di non accettare l’idea che una serata possa trasformarsi in tragedia.
La sicurezza non è un costo. È un diritto. Ed è tempo che l’Italia inizi a trattarla come tale.
Franco Cecconi Presidente AISS – Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria
Le nostre richieste non sono utopie. Sono già realtà in molti Paesi europei che hanno capito prima di noi quanto la sicurezza degli eventi sia un asset strategico, non un costo da comprimere.
Il modello svedese STAD, con formazione obbligatoria per tutto il personale dei locali e ispezioni quadruplicate. Il modello inglese Best Bar None, con sistema di rating volontario e audit periodici. Il modello olandese del Night Mayor, con governance integrata della vita notturna che coinvolge gestori, residenti, trasporto pubblico e sicurezza.
Sono modelli che funzionano, che riducono gli incidenti, che migliorano la percezione di sicurezza, che valorizzano i professionisti del settore. Perché in Italia non possiamo fare lo stesso?
La risposta è semplice e amara: perché finora la sicurezza degli eventi è stata trattata come questione di ordine pubblico, delegata interamente alle Forze dell’Ordine, senza alcuna visione sistemica. E quando le Forze dell’Ordine non possono essere ovunque (e non possono, per definizione), il vuoto viene riempito dall’improvvisazione.Scrivo queste parole con la consapevolezza che molti le leggeranno con distrazione, le commenteranno con sufficienza, le archivieranno in attesa della prossima tragedia. È già successo. Succederà ancora.
Ma scrivo anche con la speranza che qualcuno, nelle istituzioni, nei media, nella società civile, colga l’urgenza del momento. La prossima Corinaldo non è una questione di “se”, ma di “quando”. E quando accadrà, non potremo dire che non sapevamo.
AISS continuerà a fare la propria parte. Continueremo a denunciare l’abusivismo, a proporre soluzioni, a formare professionisti, a firmare accordi con chi ci ascolta. Ma da soli non possiamo vincere questa battaglia.
Chiediamo alle istituzioni di sedersi con noi a un tavolo e di lavorare insieme per un sistema in cui la sicurezza degli eventi sia garantita da professionisti qualificati, operanti nel rispetto della legalità, supportati da una normativa chiara e da controlli efficaci.
Chiediamo ai gestori dei locali di investire in sicurezza, di pretendere personale formato, di smettere di vedere i nostri operatori come un male necessario da minimizzare.
Chiediamo ai cittadini di pretendere sicurezza quando escono per divertirsi, di segnalare le situazioni a rischio, di non accettare l’idea che una serata possa trasformarsi in tragedia.
La sicurezza non è un costo. È un diritto. Ed è tempo che l’Italia inizi a trattarla come tale.
Franco Cecconi Presidente AISS – Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria