Alberto Pagani

Pubblichiamo questa intervista ad Alberto Pagani, Deputato e componente della Commissione Difesa.

Come cambiano le esigenze della sicurezza e il ruolo degli istituti privati di vigilanza? Una proposta di legge, per consentire gli istituti di vigilanza privata di operare all’estero, è al centro di questa intervista ad Alberto Pagani, uno dei deputati che ha presentato questa proposta di legge.

On. Pagani, insieme ai suoi colleghi Fassino e Miceli lei ha presentato una proposta di legge per consentire agli istituti di vigilanza privata di operare all’estero. Perché?

Molte aziende italiane lavorano fuori dai confini nazionali, anche in Paesi in cui le condizioni di sicurezza sono molto precarie, ed hanno la necessità di proteggere il loro personale e le loro strutture. Per altro la nostra legislazione impone al datore di lavoro l’obbligo di fare un’analisi del rischio e di adottare le misure necessarie per mitigarlo, giustamente. Non si capisce perché poi questi datori di lavoro debbano rivolgersi a società straniere, senza che lo Stato italiano possa garantire standard di formazione e sicurezza degli operatori, per adempiere ad un obbligo di legge. Si tratta per altro di un mercato molto importante ed il divieto per le società italiane di svolgere questa attività è una cosa del tutto insensata, che per altro danneggia l’erario in modo irragionevole. Le aziende italiane pagano le tasse all’Italia, quelle straniere no.

Nel settore del contrasto alla pirateria marittima però è possibile impiegare a bordo di navi civili team armati privati, no?

Esatto e non si capisce perché in mare sì ed in terra no. Dopo la disgraziata vicenda dei due fucilieri di marina nell’Oceano Indiano, che si poteva certamente evitare, credo che sia chiaro a tutti che la possibilità di avvalersi di servizi di protezione attiva da parte di Istituti di Vigilanza Privata, che la legge 130/11 ed il DM 266/12 consente agli armatori, sia giusta ed opportuna. Semmai non ha senso che sia la Marina Militare a mettere a disposizione di singole aziende private i fucilieri del reggimento San Marco, dato che l’Italia è già impegnata in missioni navali, come quella del golfo di Guinea, per il contrasto della pirateria. L’armatore è giusto che sostenga il costo del servizio di protezione della sua nave e del suo carico, fornito da un provider privato, che può anche soddisfare meglio le sue esigenze di copertura delle rotte e di flessibilità operativa. E’ bene che vi sia un’integrazione tra l’impiego delle risorse pubbliche e dei mezzi delle Forze Armate nelle missioni internazionali, che sono a carico della fiscalità generale, e di operatori di sicurezza privati, il cui costo va carico dell’armatore, per un servizio di protezione specifico. In questo modo si può lavorare davvero sulla professionalizzazione degli operatori, a garanzia di tutti.

Può spiegarlo meglio?

Faccio qualche esempio, per essere più chiaro. Un operatore imbarcato per prevenire attacchi di pirateria marittima ha bisogno di una formazione molto specifica, non basta che impari a sparare con il fucile. Anzi, l’uso dell’arma è l’ultima soluzione che va presa in esame, dopo aver tentato di utilizzare tutti gli altri mezzi possibili, anche per evitare esiti analoghi al caso dei due marò. Un’azione di pirateria marittima prevede l’abbordaggio di una nave in movimento, che è cosa piuttosto complessa, perché il comandante della nave cercherà di impedirlo aumentando la velocità di navigazione. Se l’attacco avviene per mezzo di due imbarcazioni che tendono una cima in trazione attraverso la prua della nave, per essere trascinate sottobordo e scalarne la murata con una scala o con un rampino ed una fune, prima di sparare agli aggressori, se non devono rispondere ad un fuoco di copertura, esistono altre manovre che si possono attuare. E’ però necessario che gli operatori abbiano ricevuto il corretto addestramento, conoscano i mezzi della nave ed abbiano simulato l’aggressione e la difesa almeno qualche volta. Si possono utilizzare gli idranti della nave, che sparano acqua ad una pressione di almeno 3 o 4 bar, sotto la quale è difficile restare aggrappati ad una scala. Per avere operatori di sicurezza adeguatamente professionalizzati, e non dei pistoleri esaltati, bisogna investire un po’ di tempo e di denaro nella formazione, e lo deve fare il privato e certificare il pubblico. Questo dovrebbe essere l’obiettivo dello Stato e della legge. Si potrebbero fare tanti altri esempi, per altre attività di sicurezza, che evidenziano come una normativa approssimativa produca risultati approssimativi.

Prego, li faccia pure…

Il nostro ordinamento ad esempio non prevede la figura della guardia del corpo, anche se poi nei codici ateco compare misteriosamente citata. Potendo proteggere le cose e non le persone vengono inventati espedienti all’italiana, come al solito, per aggirare le irrazionali limitazioni di legge e svolgere egualmente l’attività, dichiarando ad esempio di proteggere il rolex al polso del cliente, invece della persona. E’ semplicemente una sciocchezza, che impedisce allo Stato di pretendere e verificare l’adeguata formazione e professionalità dall’operare che svolge comunque quel compito formalmente inesistente, che sarebbe teoricamente un’usurpazione di funzione pubblica. Formalmente la protezione delle persone è demandata all’ufficio centrale interforze per la sicurezza personale e al servizio centrale di protezione, perché è competenza esclusiva delle forze di polizia italiana, che per altro sono cronicamente sotto organico. Nella realtà esistono servi di scorta privata di questo tipo, ed esistono anche società straniere che formano ed addestrano a questi compliti, con standard di livello altissimo, certamente superiore a quello della maggior parte degli operatori delle forze di polizia, soprattutto nella protezione non armata. Lo Stato finge di non saperlo, ne resta ipocritamente all’oscuro, non contemplando nemmeno la possibilità che vi siano operatori privati che fanno questo mestiere. Meno ipocrisia, più aderenza alla realtà e più concretezza sarebbero utili a migliorare il sistema complessivo e a garantire più sicurezza per tutti.

Questa attenzione al tema della sicurezza privata a cosa è dovuta?

Credo che la terminologia sia ingannevole perché non esiste una sicurezza privata disgiunta da quella collettiva. La sicurezza non si può distingue in pubblica e privata, perché si tratta di un bene comune, che può essere fruito solo collettivamente. Questo bene, a vantaggio di tutta la società, viene garantito dall’integrazione del lavoro delle forze armate e forze di polizia e del contributo che viene dal privato e dalla società civile. È chiaro che quando un istituto di credito si avvale di un servizio di vigilanza privata, e lo paga per tutelare il suo interesse, contribuisce anche al bene comune della sicurezza. Così come fa il cittadino che si dota di un sistema antifurto per proteggere la sua abitazione. Sono azioni convergenti, non contrastanti, che vanno integrate ed armonizzate per ottenere la massima efficacia possibile.

La politica può fare qualcosa per armonizzarle?

Non soltanto può, ma deve. Se ogni parte, componente di un qualsiasi sistema, vede solo il suo ambito di lavoro e non cerca di integrarlo con quello delle altre parti, il risultato è sicuramente modesto, ed il sistema è conseguentemente confusionario. Ciò che si può ottenere impiegando i mezzi e le risorse disponibili in maniera razionale e coordinata è molto di più di quanto si ottiene impiegando gli stessi in maniera casuale, perché ciascuno pensa solo per sé. In natura le termiti scavano quelle maestose opere architettoniche che sono i loro termitai senza avere alcun progetto preliminare, o disegno organico dell’opera, ma nelle realtà umane bisogna pensare le cose, programmarle e pianificarle, per non farle a caso.

Che cosa propone?

Propongo un disegno organico che coinvolge pubblico e privato, per innalzare gli standard qualitativi dei servizi, anziché dequalificarli, come invece spesso accade. Oggi la tecnologia offre una nuova gamma di possibilità che fino a poco tempo fa era pura fantascienza. Ci sono sistemi di videosorveglianza innovativi, collegati a software analitici, che possono essere collocate in postazioni fisse o equipaggiare droni, sia terrestri che aerei, che moltiplicano le capacità di sorveglianza, la rendono più discreta, molto meno visibile, e quindi più efficace. Ci sono aziende che sono perfettamente in grado di svolgere attività di cyberintellgence molto raffinata, ma non c’è un quadro normativo che rispecchi un’idea organica ed una visione strategica del settore.

E quindi cosa si deve fare?

Le tecnologie sono tanto più utili quanto più vengono utilizzate in maniera intelligente e coordinata, soprattutto per funzioni di prevenzione, o di rapido intervento. L’uso della tecnologia però richiede abilitazioni, necessità di capacità che vanno acquisite con formazione, con addestramento specifico, e con percorsi di abilitazione e di certificazione che sono necessari. Ciò interessa gli organi di sicurezza statali quanto le imprese private del settore, che se qualificano il loro personale possono impiegarlo in maniera più razionale ed utile e pagarlo meglio. Io comincerei da qui, per ripensare il sistema con una visione unitaria. Può essere utile una revisione normativa, ma questa non credo che debba venire prima della condivisione di un progetto politico, di un accordo strategico tra pubblico privato per modernizzare il sistema della sicurezza nel suo complesso. Questo lo dovrebbe promovere il Ministero degli interni, a mio parere. Non serva nemmeno spendere di più, a mio parere, basta spendere meglio, per ottenere di più.

Come si può qualificare quindi il contributo alla sicurezza offerto dal settore privato?

Innanzitutto sarebbe meglio che ciascuno facesse bene il proprio mestiere, rispettando quello degli altri. Gli istituti di vigilanza privata e le agenzie di sicurezza sono soggetti a licenza di Polizia e autorizzati ex art. 134 TULPS. Questi istituti impiegano professionisti e devono investire nella loro qualificazione professionale per offrire un servizio sempre migliore ai loro utenti. Perché ciò possa accadere bisogna prima di tutto eliminare dal mercato la concorrenza sleale, che opera in dumping. La direttiva 18 luglio 2018 del Ministero dell’Interno prevede la possibilità di utilizzare per i servizi di controllo anche personale di associazioni di volontariato, privo di qualifiche e preparazione specifica, ha prodotto una de-professionalizzazione della mansione. Ciò va a danno sia dei cittadini utenti del servizio che degli Istituti di Vigilanza privata ed alle Agenzie di sicurezza autorizzati, perché i volontari non sono tenuti ad avere alcun titolo che certifichi la loro capacità di assolvere a compiti di sicurezza. Se sono remunerati con un rimborso spese forfetario sono certamente meno onerosi per chi li impiega, ma fanno anche concorrenza sleale alle imprese ed ai lavoratori che devono pagare le tasse, i contributi previdenziali e quant’altro.

Quindi bisognerebbe vietare l’utilizzo dei volontari per le attività di controllo?

L’impiego improprio del volontariato, che sottrae la qualificazione del personale agli obblighi di legge previsti per le guardie giurate o gli addetti ai servizi di controllo, non va bene. Credo che si debba distinguere in maniera più precisa cosa deve essere fatto dalla vigilanza armata, cosa dagli addetti ai servizi di controllo, e cosa possono fare i volontari. Non vorrei che l’ambiguità favorisse dei finti volontari, pagati in nero, che magari percepiscono pure il reddito di cittadinanza. Il primo articolo della nostra Costituzione dice che la Repubblica si fonda sul lavoro, ed io credo che la dignità del lavoro sia garantita solo dal rispetto delle regole, a tutela dei lavoratori e dei fruitori dei servizi. Dove c’è il lavoro per un professionista credo che sia preferibile far lavorare una persona in regola invece che impiegare volontari e poi fare assistenzialismo per i disoccupati, e al tempo stesso ritengo che non si possa togliere l’operatore dal circuito assistenziale e degli ammortizzatori sociali, che sono legati al suo contratto di lavoro, perché così si svilisce un intero comparto e si mortificano i lavoratori.

Spesso però sono proprio i Comuni, nelle loro manifestazioni, o nelle sagre di paese, ad utilizzare i volontari, per spendere meno. Non crede che ciò sia un contraddizione con quello che sta dicendo?

Non sono affatto contrario all’impiego del volontariato, figuriamoci, per altro appartengo all’Associazione Nazionale Carabinieri di Ravenna, che fa un lavoro straordinario proprio in accordo con il Comune per le manifestazioni pubbliche. Credo che il contributo dei volontari sia importantissimo, per le funzioni proprie, di prossimità ai cittadini. Ma proprio per il suo valore etico il volontariato non può mai tollerare o nascondere il lavoro irregolare, remunerato con sotterfugi o in nero. Ai volontari veri ed agli assistenti civici si dovrebbe fare un monumento, perché prestano servizio gratuitamente ed in modo serio, operano in accordo con la polizia municipale e le forze dell’ordine, si aggiornano seguendo corsi specifici di formazione, anche sul primo soccorso. La loro presenza nelle tante manifestazioni pubbliche a cui partecipano rassicura i cittadini e può anche prevenire incidenti o problemi seri. Quello che non va bene è l’impiego sostitutivo del lavoro dei professionisti per attività e mansioni che vanno svolte da persone titolari di una licenza di polizia, a norma di legge, che sono preparati a qualificati per svolgere determinate funzioni e devono vivere e mantenere le loro famiglie che i proventi del lavoro che svolgono.

 

(intervista pubblicata su https://europaatlantica.it )